Mentre aspetto il termine di un'asta su ebay per un router nuovo, colgo l'occasione di scrivere la vicenda anticipata il post prima.
Siamo nel 2006 credo, in un appartamento affittato a Cartagena.
Davanti a me c'e' mio padre che se la sta ridendo di gusto.
"Domani mattina te lo faccio vedere io, ti surclassero' nell'immersione che ho programmato.
Vedrai soltanto le mie pinne 30 metri piu' sotto"
"Si... probabilmente te le sarai fatte cadere dalla barca e dovro' andarle a prendere"
Ridiamo tutti e due.
La barca si alza e si abbassa sopra le onde del mare, causando schizzi che mi fanno chiudere gli occhi.
E' una giornata bellissima, mare tranquillo, nussuna nuvola ed il clima tra i presenti e' impregnato della cordialita' classica dei perfetti sconosciuti.
La guida, o presunta tale, e' un ragazzo di colore abbastanza simpatico sulla venticinquina.
Anzi, adesso che ci penso bene, credo mi risulti simpatico, perche' accanto a lui c'e' il suo assistente.
Un uomo alto e corpulento, scuro di carnagione anche lui.
Non ci ha neanche salutato quando siamo saliti sulla barca ed ha guidato immerso in un silenzio che avrebbe vinto una gara di Mutismo.
Arrivando al primo posto.
Per fortuna che il gruppo d'immersione e' formato da persone piu' simpatiche.
Eggia', perche' oltre a mio padre e mio cugino, ci sono due brasiliani, moglie e marito, che si trovano nella nostra stessa spedizione.
Mentre la coppia ci dice di essere veterana nel campo delle immersioni, perche' in ogni viaggio che fanno, se possono, si immergono, la barca si ferma e la guida sfoggia un sorriso a trentadue denti dicendo:
"Signori, siamo arrivati"
Comincia subito con il darci delle nozioni sulla sicurezza, ma chiamarle cosi' sarebbe un insulto alle istruzioni scritte dietro le scatole di cotton fioc, visto che quest'ultime sono decisamente migliori.
"Ricordate, MAI e DICO MAI risalire velocemente.
A causa dell'embolia ho perso qualche cliente"
Ridiamo tutti di gran gusto alla sua battuta.
Tranne lui.
Cosi' smettiamo di ridere e pensiamo che probabilmente non era una battuta.
"Bene, detto questo vi faccio vedere come ci si butta in acqua"
Finita questa frase, la guida che gia' si trovava seduta sul bordo della barca si lascia cadere all'indietro.
Io guardo mio padre con la coda dell'occhio ridendo tra me e me.
Lui e' un omaccione di 185 cm che pesa 130 kili con i "nervi a fior di pelle".
Anzi, forse la sua pelle e' composta da nervi, perche' ripensandoci gli da' fastidio veramente tutto.
Se lo tocchi gli da fastidio, se lo accarezzi anche, se insisti peggio.
Gia' soltanto il buttarsi indietro lo innervosice un po'.
Il tonfo ovattato che sento mentre il mio corpo si immerge e la visione di un cielo che viene sovrapposta ad un turbinio di blu e bianco, mi lascia un attimo senza respiro.
Mi guardo intorno.
E' tutto cosi' calmo.
Il respiratore in bocca non mi da per niente fastidio tra i denti e cosi' comincio a respirare.
Un leggero solletichio causato dalle bolle che escono dal mio respiratore mi pervade il collo e le orecchie.
Rido ancora tra me e me: "questo mio padre non lo soppotera' proprio" penso.
Di colpo un altro tonfo.
Mi giro e mi ritrovo faccia a faccia con mio cugino nascosto dietro ad una mascherina da immersione.
Mi indica di guardare sopra e vedo un'altra sagoma che si prepara, sicuramente mio padre, data l'area che occupa la sagoma.
Il tonfo mi conferma che e' lui, e' stato molto piu' deciso come suono, quasi un lamento dell'acqua che incassa un pugno allo stomaco.
Ci troviamo in una zona profonda 2 metri per prendere confidenza con l'equipaggiamento.
Parliamo in superfice e proviamo le cose appena sentite, sott'acqua.
Cosi' dopo 5 minuti gia' sapevo dosare la giusta quantita' d'aria nella tuta, per mantenere una profondita' costante e sapevo leggere tutti gli stumenti che avevo a disposizione, tra i piu' importanti: il profonfimetro e l'indicatore di ossigeno.
Risaliamo sulla barca per dirigerci alla zona prevista per la prima immersione.
Dopo circa 8 minuti la guida ferma la barca e ci dice:
"Ci siamo, qui sotto c'e' il relitto di un pechereccio affondato 50 anni fa'.
Scenderemo in verticale e proseguiremo verso il relitto"
"Io non scendo" - irrompe una voce dietro la cerchia di persone.
Tutti si girano, ma soltanto io sorridendo.
Avevo riconosciuto la voce.
Mio padre ovviamente gia' ne aveva avuto abbastanza delle bolle che gli sfioravano le orecchie ad ogni boccata d'aria, di respirare affanosamente attraverso un tubo o di sentirsi impacciato da 10 kili di equipaggiamento.
Cerco di convincerlo.
Invano.
Ci buttiamo in cinque: io, mio cugino, la coppia di brasiliani e la guida.
Cominciamo a scendere, seguendo la corda dell'àncora che aveva precedentemente buttato la guida.
E' impressionante come metro dopo metro la temperatura scenda cosi' rapidamente.
Guardo verso l'alto.
Il sole riesce raggiungerci con fatica e la sagoma della barca si staglia sopra uno sfondo blu chiaro.
Siamo arrivati sul fondale.
Tendo la mano dietro alla schiena, afferrando il profondimetro, e guardo la lancetta che segna 49 piedi sotto il livello del mare, ossia 15 metri di profondita'.
Sono circondato da coralli marini e pesci di tutti i colori che nuotano intorno a me.
Una esperienza che neanche un Discovery Channel in High Definition su un 42 pollici e con un Dolby Digital con le contropalle riuscirebbe a sfiorare.
Al mio passaggio numerose piante marine si chiudono su se stesse con uno scatto repentino.
Giganteschi Coralli Cervello dominano il posto.
Ovviamente li hanno chiamati cosi' perche' assomigliano proprio a dei giganteschi cervelli.
La guida indica la base di uno particolarmente grosso, cosi ci avviciniamo e sotto notiamo una aragosta di un metro.
E' veramente grossa.
Con le antenne sta studiando l'ambiente intorno a lei e all'ennesimo centimetro in meno che ci separa, si rintana nel corallo.
Continuiamo.
Senza accorgermene scendiamo ancora di profondita'.
Il fondale era sicuramente inclinato, ma la gravita' e' cosi bassa che non ti accorgi di quanto inclinato sia.
La guida stringe il pugno vicino al suo orecchio.
Segno che ci dobbiamo fermare.
Lo guardiamo tutti e ci fa capire che manca poco al relitto.
Avevamo preso una certa confidenza con l'ambiente, tante' che ognuno ogni tanto si allontanava dal gruppo per qualche decina di metri, per esplorare da solo, per poi ricongungerci dopo pochi metri.
Mentre proseguiamo, io e mio cugino ci fermiamo a guardare un curioso e minuscolo pesce in una fessura di una roccia.
Ci rendiamo conto di aver quasi perso il resto del gruppo, perche' non notando che ci eravamo fermati, aveva continuato la sua marcia.
Notandoli in lontananza cominciamo a seguirli.
Le loro sagome erano quasi scomparse, ma comunque si distinguevano ancora.
Prendo il profondimetro e con mia sorpresa segna 90 piedi.
Quasi 30 metri di profondita'!
A quel punto non posso fare a meno di notare come si respira affannosamente.
Sicuramente e' a causa della profondita' in cui mi trovavo, tutta quella massa d'acqua mi doveva comprimere parecchio.
Sinceramente mi suona un po' strano.
"a 30 m di profondita' e' cosi' difficile respirare?" penso.
E poi gli altri non sembrano risentire affatto di questa cosa.
Un pensiero si fa sempre piu' prepotente nella mia mente, tendo la mano per prendere l'indicatore di ossigeno.
Una pacca sulla spalla interrompe la mia azione.
Mio cugino mi stava chiamando da qualche secondo e con l'altra mano indicava davanti a noi.
Alzo lo sguardo e vedo la sagoma di una nave davanti a noi.
Sorrido sotto la mascherina e faccio segno a mio cugino di proseguire.
Voglio godermi questo spettacolo da lontano ancora un po'.
E' una barca di notevole grandezza, totalmente in ferro.
Non so perche' ma mi aspettavo una barca totalmente arruginita e quindi quella visione mi aveva un po' spiazzato.
All'improvviso mi rendo conto che stavo respirando veramente a fatica mentre guardavo la nave.
Devo succhiare con rinnovato vigore per prendere un po' di ossigeno.
Lo stesso preciso pensiero di prima si insinua ancora una volta nella mia testa.
Cosi' tendo la mano per prendere l'indicatore di ossigeno.
Quello che vedono i miei occhi, decriptano finalmente il significato del pensiero che mi tormentava da qualche minuto.
Cito testualmente quello che diceva:
"E' finito l'ossigeno"
Una scarica di adrenalina mi pervade la schiena.
Il mio respiro accelera.
La frequenza del mio battito cardiaco sale.
Tutti i miei muscoli si contraggono.
L'indicatore dell'ossigeno si trovava proprio a zero.
Sgrano gli occhi e guardo davanti a me.
Le sagome ormai erano lontane.
Il mio cervello comincia a lavorare ad un ritrmo incredibile, aiutato dall'adrenalina, cercando una soluzione a quella situazione inverosimile.
Ma anche questa volta sono stato interrotto all'improvviso.
Non da una persona, ma da un fatto che a 30 metri sotto il livello del mare e' piacevole come un aereo che precipita.
Con te dentro ovviamente.
L'ultima boccata d'aria che avevo dato era stata bloccata a meta'.
La bombola era finita completamente e ancora mi trovato sotto 30 metri di acqua.
Panico, Orrore, Paura.
Loro erano i padroni nella mia mente.
Loro mi guidavano.
Ogni cosa era ininfluente, ogni strategia era stupida, ogni soluzione ridicola.
Solo una cosa volevo fare.
Dovevo uscire dall'acqua.
Comincio a nuotare verso l'alto.
Le mie braccia spingono l'acqua verso il basso con una tale violenza e con un tale ritmo che non sento il classico attrito dell'acqua, in quel momento e' come aria per me.
Mentre salgo comincio a pensare di non farcela, intorno a me e' ancora buio, sicuramente mi trovavo ancora a 25 metri di profondita' e il respiro comincia a mancare.
La disperazione piu' totale mi pervade.
Ma in quel momento non avrei mai immaginato di provare anche Stupore.
Si, lo Stupore entra sorridente in scena proprio in quel momento, come un invitato speciale in una trasmissione televisiva.
Entra in scena, perche' qualcosa mi aveva afferrato una gamba
Cosi' guardo sotto di me.
Noto che quel qualcosa era una mano e quella mano apparteneva ad un uomo con una bombola alle spalle.
Era il brasiliano che era venuto con noi.
Mi fa segno di non salire ma io non ce la faccio veramente piu'.
Prendo il mio indicatore di ossigeno e glielo mostro.
Lui annuisce.
Prende il suo boccaglio di emergenza e me lo porge.
Quando si fa un cambio di boccaglio sott'acqua si deve prendere una boccata d'aria, poi ci si toglie il boccaglio e si mette l'altro.
Si soffia dentro al boccaglio nuovo cosi' da buttare fuori tutta l'acqua che si trova dentro.
Purtroppo per me, avevo buttato tutta l'aria che avevo mentre risalivo.
Mi tolgo il boccaglio e prendo quello che si trova davanti a me.
Respiro con tutte le mie forze.
Buona parte dell'acqua che si trovava dentro il boccaglio, finisce nei miei polmoni.
Mi gira la testa.
Tossisco e continuo a respirare.
Ma anche dopo la terza e la quarta boccata mi continua ad entrare l'acqua dentro ai polmoni.
Cosi' realizzo che il boccaglio e' rotto.
Cerco di farlo capire al brasiliano.
Annuisce.
Cosi' cominciamo a fare a cambio con il suo boccaglio mentre risaliamo in superfice.
Impieghiamo 3 minuti buoni per risalire con calma in superfice.
8 metri al minuto.
Non ce l'avrei mai fatta senza lui.
Anzi sicuramente sarei arrivato in superfice, con i polmoni scoppiati pero'.
Mi tolgo il boccaglio e prendo una bella boccata d'aria.
La giornata e' cosi' perfetta che sembra un sogno.
In superfice tutto scorre normale, tutto e' tranquillo.
Sento mio padre che mi chiama, mi giro e vedo la barca in lontananza.
Comincio a nuotare e arrivo in prossimita' dell'imbarcazione.
Mio padre mi aiuta a salire e gli racconto tutto.
Mentre parlo continuo a tossire ed a respirare affanosamente.
Lui comincia a dire di andarcene immediatamente e intimidisce l'assistente di mettere in moto la barca.
Ovviamente l'assistente non aveva mosso ciglio anche quando raccontavo la mia tragedia.
A quel punto sento gli altri riemergere, cosi' mi giro verso mio padre e gli dico sorridendo:
"Io vado alla seconda immersione."
Ero felice di essere ancora vivo, non mi importava di niente, tutto si era sistemato e volevo continuare quella giornata come da programma.
Mio padre resta a bocca aperta.
Anche io.
L'assistente stava ridendo.
domenica 18 ottobre 2009
lunedì 5 ottobre 2009
Qualche decina di "Stelle collassate" dopo...
Dopo ben 9 mesi dopo il mio ultimo post rieccomi a scrivere.
La mia lunga assenza e' dettata piu' per pigriza che per mancanza di tempo libero.
Stavo pensando di mettere su questo blog un avvenimento che mi capito' 3 anni fa'.
Solo che prima ho qualcos'altro da scrivere.
Oggi ho letto parte del libro autobiografico di mia madre e devo dire che ho avuto molte conferme dei miei sospetti.
La vita e' cosi complessa che e' assurdo poter fare previsioni in merito.
Sono veramente Assurde le coincidenze e gli intrecci che ci possono essere dietro ad una vita di un essere vivente.
Un'altra cosa importante che ho scoperto e' come una madre possa tenere nascoste alcune cose, tutte le volte che l'ho azzittita dicendo "Tu non hai nemmeno finito l'Universita' " oppure "Ma tu cosa ne vuoi sapere del "voler bene" ad una persona." e ogni maledettissima volta scostava soltanto lo sguardo dandomi ragione.
Concludo scrivendo per iscritto cio' che era nato in me da qualche tempo, ossia che mio Zio era un grande.
Zio "Tommaso Vitelli".
Un eroe degli anni 70.
Riporto un pezzo del libro di mia madre che mi ha costretto ad alzarmi dalla sedia e farmi un giro per non rischiare di versare una lacrima.
La "Nipote" ovviamente e' mia madre che era stata rapita dal padre e portata in germania.
"zio Tatti partì alla volta della germania per riportare a casa sua nipote.
Immagino 50 anni fa' quali difficoltà potesse incontrare un contadino, senza neppure la licenza di quinta elementare, che riusciva a malapena a parlare l'italiano e che conosceva solo il dialetto del suo paese, perso per le strade di Colonia (Germania).
Ma aveva cervello e intuito.
E la motivazione più grossa, che era dettata da un amore smisurato e da una paura per me che gli toglieva il respiro.
Cominciò esattamente da dove doveva cominciare, ossia dal quartiere Italiano della Città."
Ecco questo pezzo esprime appieno cio' che fu', cio' che e' e cio che resterà mio zio.
Un eroe.
La mia lunga assenza e' dettata piu' per pigriza che per mancanza di tempo libero.
Stavo pensando di mettere su questo blog un avvenimento che mi capito' 3 anni fa'.
Solo che prima ho qualcos'altro da scrivere.
Oggi ho letto parte del libro autobiografico di mia madre e devo dire che ho avuto molte conferme dei miei sospetti.
La vita e' cosi complessa che e' assurdo poter fare previsioni in merito.
Sono veramente Assurde le coincidenze e gli intrecci che ci possono essere dietro ad una vita di un essere vivente.
Un'altra cosa importante che ho scoperto e' come una madre possa tenere nascoste alcune cose, tutte le volte che l'ho azzittita dicendo "Tu non hai nemmeno finito l'Universita' " oppure "Ma tu cosa ne vuoi sapere del "voler bene" ad una persona." e ogni maledettissima volta scostava soltanto lo sguardo dandomi ragione.
Concludo scrivendo per iscritto cio' che era nato in me da qualche tempo, ossia che mio Zio era un grande.
Zio "Tommaso Vitelli".
Un eroe degli anni 70.
Riporto un pezzo del libro di mia madre che mi ha costretto ad alzarmi dalla sedia e farmi un giro per non rischiare di versare una lacrima.
La "Nipote" ovviamente e' mia madre che era stata rapita dal padre e portata in germania.
"zio Tatti partì alla volta della germania per riportare a casa sua nipote.
Immagino 50 anni fa' quali difficoltà potesse incontrare un contadino, senza neppure la licenza di quinta elementare, che riusciva a malapena a parlare l'italiano e che conosceva solo il dialetto del suo paese, perso per le strade di Colonia (Germania).
Ma aveva cervello e intuito.
E la motivazione più grossa, che era dettata da un amore smisurato e da una paura per me che gli toglieva il respiro.
Cominciò esattamente da dove doveva cominciare, ossia dal quartiere Italiano della Città."
Ecco questo pezzo esprime appieno cio' che fu', cio' che e' e cio che resterà mio zio.
Un eroe.
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